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domenica 24 ottobre 2010

Frammenti. Un’altra Marylin Monroe.


Marylin; un mito, un mistero. La donna che fece innamorare di sé un’intera generazione di americani (presidente compreso) ritorna a cinquant’anni di distanza dalla sua tragica e sospettosa morte, in un libro scritto interamente da lei. Fra lettere, scritti, appunti e poesie, scopriamo una Marylin nuova e straordinaria. Per tutti, simbolo della donna vanitosa e spensierata, la Monroe si dipinge (ogni parola è stata scritta di suo pugno) con una naturalezza ed un’abilità che lasciano del tutto disarmati di fronte all’incredibile fragilità emotiva che fa da sfondo alla sua storia personale. Emerge una donna terrorizzata dall’idea di impazzire a causa della stessa malattia che aveva distrutto le menti della madre e della nonna, e convinta dell’impossibilità di riuscire ad amare veramente un altro essere umano. I “Frammenti”, ci consentono di scoprire anche una innata capacità di narrazione che Marilyn dimostra ampiamente nella descrizione della sua degenza in una clinica psichiatrica, nella quale osserverà la straziante situazione delle donne in questo triste luogo. Solare e cupa, superficiale ma profonda, la Monroe vive una dualità che non le ha impedito di raggiungere una notorietà che ha sfidato il tempo, e che trova nuova conferma nel successo di questo prezioso volume pubblicato da Feltrinelli grazie agli appunti lasciati alla morte dell’attrice a Lee Strasberg; confidente e amico della donna. Un’occasione unica per conoscere una nuova Marylin. Una ricerca introspettiva che non fa altro che rafforzare l’immagine di una donna che è da sempre irraggiungibile mito per tutto il pianeta.

STEFANO CARBONE.

domenica 26 settembre 2010

Fine terra, Benjamin a Portbou.


Vissuto durante gli anni più cupi della storia contemporanea europea, Walter Benjamin; filosofo tedesco, si avvicinò negli anni 30’ alla “Scuola di Francoforte” (composta da sociologi e filosofi di stampo neomarxista) dalla quale, però rimase sempre distante sia per adesione che per pensiero filosofico. Pietra angolare per chiunque studi la sociologia, egli riuscì attraverso i suoi scritti ad esplicare appieno le dinamiche di alienazione dell’uomo moderno dell’800’ ; attraverso l’analisi della poesia Baudeleriana e delle dinamiche dei romanzi dell’epoca. Ma i suoi meriti certo non si fermano solo a questo. Difficile sarebbe elencarli tutti. Attraverso documenti e testimonianze, Kornad Sheurmann ricostruisce, attraverso un’indagine, gli ultimi giorni dello studioso tedesco; che fu costretto, insieme a molti altri intellettuali ebrei, a fuggire da una Germania ubriaca di odio e violenza iniqua, prima verso Parigi; per poi cominciare un viaggio che avrebbe dovuto condurlo in America. Purtroppo alcuni problemi legati ai documenti, costrinsero Benjamin e coloro che insieme a lui volevano fuggire da un’Europa che li rifiutava, a passare una notte presso il paese di Portbou, in Spagna; ove si suicidò. La morte, avvenuta in circostanze sospette, è divenuta nel corso del tempo un richiamo per gli studiosi di tutto il mondo; difatti il corpo del filosofo non fu mai ritrovato, così come manoscritto al quale sembrava tenere più che alla sua stessa vita; inoltre fu sepolto nel cimitero cristiano del paese per un malinteso (si pensò che il suo cognome fosse Walter). Questo insieme alle testimonianze di amici che con lui viaggiarono (Luisa Fittko) rende il libro, pubblicato da ‘Ombre corte’, un interessante spunto per analizzare una delle figure più straordinarie del secolo scorso ancora oggi oggetto di culto per i suoi scritti rivelatori di un’epoca.

STEFANO CARBONE.

domenica 29 agosto 2010

Speciale Mary Shelley.


Oggi, 30 agosto 2010 ricorre l’anniversario della nascita di una fra le figure più rilevanti della letteratura moderna; Mary Shelley. Come amanti del genere gotico ed orrorifico, quali noi siamo non potevamo, certo, lasciarci sfuggire quest’occasione per soffermarci un po’ sulla vita e le opere di questa regina dell’orrore letterario; indiscussa progenitrice della fantascienza moderna. Nasce a Londra nel 1797, da due genitori fuori dal comune; William Godwin, filosofo, politico, esponente del razionalismo anarchico e Mary Wollstonecraft, filosofa ed attivista politica nei confronti delle donne. La madre muore dandola alla luce, lasciando figlia e padre soli, fino al secondo matrimonio, contratto con un’amica di famiglia. Mary conosce in giovane età, durante una gita in Scozia il poeta Percy Bysshe Shelley; sregolato e ribelle, finisce per innamorarsene e sposarlo alla tenera età di diciannove anni. Innegabile il peso che ha avuto nella formazione della scrittrice, la vicinanza a questa figura, autore di drammi lirici molto celebri come il “Prometeo liberato”. Difatti, Mary curerà svariate edizioni delle poesie del marito. Anch’egli, però non rimane a lungo nella sua vita; muore durante un viaggio all’estero annegato in seguito ad un naufragio. La Shelley, intanto raggiunge il successo e la stabilità economica in virtù di esso, con il suo primo romanzo; “Frankenstein, ovvero il nuovo prometeo”, nato quasi per caso durante una vacanza a Ginevra ove era presente anche Byron e Polidori. Byron propose agli amici, di scrivere ognuno un racconto dell’orrore che poi sarebbe stato letto per intrattenimento durante la nottata. Mary Shelley, scrisse un racconto intitolato “l’assassino”; compose, invece, “Frankenstein” così come lo conosciamo oggi, nel 1818, dopo un terribile sogno nel quale gli apparve il mostro; almeno secondo la leggenda. Non fu il suo unico romanzo; anni dopo pubblicò anche “L’ultimo uomo”, che non raggiunse mai la fama della sua opera prima. Questo libro; che narra la storia dell’ultimo uomo rimasto sulla terra, scampato ad una terribile epidemia scoppiata nel XXI secolo, è considerata da molti l’opera migliore della scrittrice. Di certo, è difficile mettere sullo stesso piano questo romanzo con il celeberrimo “Frankenstein”; non solo per la storia. La vicenda del terribile mostro creato dal dottor Frankenstein, esperto in filosofia naturalistica, grazie all’ausilio di pezzi di cadaveri, è soprattutto il ritratto di un’epoca; un punto di passaggio da un’età antica ad una moderna, con tutte le paure per le scoperte scientifiche che ne conseguono; perfettamente legittime considerando lo scatto evolutivo scientifico di quegli anni. Un libro, insomma, che contraddistingue l’epoca della Shelley; dove gli uomini sono in bilico fra quello che erano e quello che saranno; dove le superstizioni del vecchio mondo e le innovazioni tecnologiche del nuovo si danno battaglia nel campo più consono a registrare questo passaggio di epoca: la letteratura. L’uomo che diventa creatore della vita, del resto, è sempre stato un sogno ed una fobia del genere umano, sogno che oggi, a distanza di duecentotrentuno anni dalla nascita di questa superba scrittrice, continuiamo ad inseguire con tutti i dubbi e le paure che ne possono scaturire. Si può dire senza margine di errore, che Mary Shelley riuscì a cogliere alcune fra le paure che più contraddistinguono la nostra società; oltre che analizzare come essa sia in grado di creare veri e propri mostri grazie ai suoi pregiudizi. Cosa che come allora, non cessa tutt’oggi.

STEFANO CARBONE.

lunedì 5 luglio 2010

'La ianara', Licia Giaquinto.


Il romanzo ‘La ianara’ di Licia Giaquinto racconta la storia di Adelina, giovane fanciulla destinata a diventare ianara, come già sua madre e sua nonna, per poi soffermarsi sulle vicende di coloro che incontra sul suo cammino e che, in base ai loro pregiudizi, il più delle volte la maltrattano additandola come portatrice di sventure e strega.
L’autrice riesce a creare una tensione fortissima sin dalle prima pagine, con frequenti interruzioni nella narrazione; molto usato difatti il flashback, che interrompe il continuum ma lascia il lettore desideroso di proseguire nella lettura per scoprire come l’episodio possa inserirsi nel filo della narrazione. Per quanto marginale possa essere, la Giaquinto costruisce minuziosamente ogni singolo personaggio, inventando storie paradossali e talvolta tanto assurde da suscitare, nella loro drammaticità, ilarità per le scelte attuate nel raccontare il loro sviluppo.
Il paradosso delle situazioni dà a tutta la storia un ritmo incalzante ma la rende altrettanto vulnerabile alle critiche; la bellezza di taluni ragionamenti dell’autrice, l’intuizione perfetta di determinate scelte retoriche e stilistiche vengono purtroppo sminuite da quelle che, non posso definirle altrimenti, sono vere e proprie cadute di stile degne di libro per bambini.
Fortunatamente sono però contenute e momentanee, ed il più delle volte la narrazione prosegue indisturbata nella sua aulicità. Il romanzo è tutto un paradosso, ai limiti del fantastico, tranne poi per la sofferenza e la crudezza di certi avvenimenti che fanno irrimediabilmente pensare a taluni avvenimenti di cronaca nera, quali cadaveri ritrovati nelle nostre campagne e omicidi sempre meno umani e sempre più violenti.
È sicuramente difficilmente ricollegabile ad un singolo genere ed ancora più difficile prevedere quali effetti potrebbe avere sui lettori: nella sua particolarità può tanto essere odiato quanto amato alla follia, ma di certo è innegabile che vi sia del talento notevolissimo alla base di questa triste e misteriosa storia.
Di sicuro è uno di quei libri che, una volta letto, lascia qualcosa nel cuore dei lettori e che, nel bene o nel male, non cade nel dimenticatoio di un ricordo o di uno scaffale polveroso di libreria.

voto: 8/10

ALLEGRA GERMINARIO

martedì 29 giugno 2010

Speciale José Saramago.


Lo scorso 18 Giugno è venuto a mancare, in seguito ad una lunga malattia, uno degli scrittori più eccelsi della storia della letteratura contemporanea; José Saramago. Nell’apprendere la notizia ci siamo sentiti in dovere di rendere omaggio al suo genio creativo. Portoghese; nasce il 16 novembre 1922 ad Azinhaga, da una famiglia povera, si trasferisce sin da tenera età a Lisbona, ove abbandonerà gli studi a causa di problematiche economiche. Comincia ad effettuare le professioni più disparate per mantenersi: fabbro, correttore di bozze, giornalista, scrittore, traduttore; fino ad entrare a far parte del ramo editoriale, che non abbandonerà mai. Pubblica vari romanzi e poesie dal 1947, che intervalla con l’attività giornalistica. La censura del regime di Salazar, non gli consente di ottenere il successo desiderato; ma Saramago non si arrenderà mai ad esso; opponendoglisi con i suoi scritti e denunciandone gli abusi.
Fino al 1972, periodo del ‘primo Saramago’, egli pubblica anche testi teatrali e novelle. Subito dopo la rivoluzione dei Garofani del 1974, Saramago comincia la sua attività di scrittore a tempo pieno, e si lega alla letteratura post-rivoluzionaria, che seguirà per il resto della sua esistenza. Il successo arriva con il romanzo “Memorie di un convento”. Durante il decennio 90’, Saramago si afferma, a livello mondiale, come uno degli autori più apprezzati; ma nonostante ciò, non perse mai la sua schiettezza e disillusione, che molti confondono con la presunzione, ma che hanno più a che fare con un’attenta e profonda capacità di analisi della nostra realtà. Cosa che gli consentì di mettere a fuoco alcune delle caratteristiche più oscene e aberranti del nostro tempo e delle nostre forme di governo. Ne è un chiaro esempio una fra le sue opere più celebri: “Cecità” del 1995. In questo romanzo dai tratti simbolici e quasi filosofici, una malattia strappa a tutti gli uomini, la capacità di vedere. Per evitare che essa si diffonda nella popolazione mondiale, il governo di una città non specifica, che assume le fattezze di una qualunque cittadina del nostro pianeta, decide di rinchiudere i malati in un ex-manicomio. Solo una donna fra questi non è stata contagiata. Ella, che si finge anch’essa cieca pur di star vicina alla persona che ama, sarà l’unica testimone dei soprusi, violenze ed orrori che gli uomini rinchiusi subiranno o perpetreranno gli uni nei confronti degli altri. Questo romanzo ci fa’ spontaneamente sorgere un dubbio; la realtà che la donna non contagiata vede, è davvero definibile come realtà o è quella percepita dai ciechi da considerarsi vera? Ci pone, dunque, di fronte ad un dilemma sulla percezione della realtà; ovvero, è la realtà percepita dalla massa quella vera, o è chi vede le cose come stanno che percepisce il reale?
C’è da sottolineare, inoltre, che Saramago non utilizza molto la punteggiatura in questo romanzo. I punti non esistono. Fatto da non sottovalutare per comprendere l’atmosfera di cui questo libro è impregnato. La vicenda, infatti, si svolge in un tempo e in un luogo non definito. Questo espediente, ancor più ci dimostra l’assenza di un inizio ed una fine. Il tempo è azzittito. Questo romanzo è solo uno degli esempi elencabili a memoria di questo straordinario autore controcorrente che sempre cercò di evidenziare i lati negativi di questa nostra società. Ma non fu solo un abile scrittore; fu anche un giornalista ineccepibile; un viaggiatore sul sentiero della conoscenza votato al rianalizzare e riosservare il già visto anche a distanza di tempo per coglierne ogni possibile sfumatura. Una delle sue caratteristiche più peculiari, era di certo la capacità di scandalizzarsi; cosa che manca a molti ‘grandi’ di questo nostro mondo. Le sue qualità di scrittore, gli consentirono di vincere il Premio Nobel per la letteratura nel 1998; cosa che non fu ben vista da tutti; in particolar modo dal Vaticano, per le ben note posizioni anti-clericali e filo-comuniste ( si iscrisse al partito già nel 1959) dello scrittore; cosa nota a tutti coloro che hanno letto “Il vangelo secondo Gesù”; a metà fra vangelo apocrifo e romanzo. In esso viene descritta una delle figure più importanti della storia dell’umanità; Gesù, sotto una luce del tutto nuova: l’umanità. Il Gesù di Saramago sbaglia, ama, teme la morte, chiede persino perdono agli uomini per l’operato di Dio. Non è esagerato definire quest’opera una vera e propria rivoluzione. Qualcosa che non si può giudicare né eresia né male. Anzi. Ci si sente più vicini alla figura di Gesù. Non più santo; ma uomo. Nulla può restituire un’immagine degna di quello che Saramago ha rappresentato per ben tre generazioni. La sua vita, dedicata alla scrittura, può solo trasmetterci quello che riusciamo vagamente a percepire di un uomo, che considerava le persone più sagge che avesse mai conosciuto i suoi nonni. Del tutto privi d’istruzione. Indice, forse, che la vita è davvero maestra migliore della scuola.


STEFANO CARBONE.

lunedì 31 maggio 2010

Il corpo delle donne


Una presentazione a metà fra educativa ed informativa quella tenutasi ieri mattina presso la Feltrinelli di Bari alle ore 11:30 con Lorella Zanardo, autrice del libro “Il corpo delle donne”; edito da Feltrinelli, per la prima volta venuta in in Puglia per presentare la sua opera. Alla manifestazione, presentata da Annamaria Minunno e con la partecipazione del presidente della regione Puglia Nichi Vendola, sono accorse molte persone, fra le quali vari insegnanti, molti reduci dagli incontri nelle scuole presenziati dalla stessa scrittrice; in modo da dare ai giovani la possibilità di conoscere e comprendere le problematiche sollevate dal suo libro. Di fatti questa è un’opera che serve soprattutto ad arrabbiarsi per la situazione della donna nell’occidente contemporaneo; analizzata soprattutto nell’ambito dell’intrattenimento televisivo. Come l’autrice stessa ha potuto dimostrare tramite l’utilizzo, durante la presentazione, di ausili multimediali (video); l’attuale situazione televisiva italiana, fondamentale base dell’immaginario e, purtroppo, dell’educazione collettiva, rappresenti la donna seguendo un determinato stereotipo tratto dall’immaginario maschile. Testimonianza di ciò è rappresentato dalla scomparsa del volto della donna matura in televisione, che deve essere necessariamente nascosto da interventi di chirurgia estetica selvaggia e non, per motivi di “visibilità”; cosa che nasconde la storia personale che è visibile già nel volto, nel quale si riflette il dolore e la gioia di un individuo. Inutile disquisire sulle ripercussioni che questo provoca negli ascoltatori. Spesso in effetti non ci si rende conto che la visione ‘passiva’ ( cioè senza prenstare particolare attenzione a ciò che stiamo guardando) della televisione, fa passare inosservati vari messaggi con i quali veniamo giornalmente bombardati. A questo riguardo si è discusso anche del rapporto giovani-televisione, ormai simbiotico ed estremamente negativo a causa di molte trasmissioni di successo. Per ovviare a ciò Lorella Zanardo ha istituito in varie scuole corsi per gli insegnanti che trattino della lettura attenta del panorama televisivo, in modo da saper educare le nuove generazioni all’attenzione e alla prevenzione di atteggiamenti degeneri nei confronti delle donne e non. Questo argomento è tenuto in estrema considerazione da parte del nostro presidente regionale, intervenuto più volte per ribadire l’importanza della dignità della donna e dell’uomo; dignità che spesso e volentieri viene violata sia dal mondo politico che televisivo. Il libro si prospetta un’interessante indagine su uno degli spaccati più i particolari e terribili della nostra società: la televisione.

STEFANO CARBONE

domenica 11 aprile 2010

Dialoghi sulla bellezza in Ateneo

Nell’aula magna dell’università degli studi di Bari, sono partite lo scorso mercoledì 7 aprile, una serie di conferenze sul tema della bellezza nella letteratura. Ad aprire l’incontro è stato il poeta e saggista bolognese Davide Rondoni con l’incontro dal titolo “Il fascino e il problema della bellezza in C. Baudelaire”.

Baudelaire, poeta metropolitano per eccellenza, vissuto dal 1821 al 1867; traduttore, scrittore e artista bohemien e maledetto, diventa oggetto di riflessione per un pomeriggio. Emerge dal convegno la sua caratteristica più peculiare: il profondo contrasto dei temi delle sue poesie, che spesso descrivono le connotazioni più basse dell’esistenza cioè morte, dolore, solitudine, perdizione, con un linguaggio alto. Cosa che non fa che innalzare l’oggetto delle sue poesie. Egli risultò nella sua epoca l’antimoderno per eccellenza, poiché considerava le ideologie del suo tempo opprimenti e irrealizzabili, poiché esse pretendevano di rendere l’uomo un essere puro che mai egli poteva diventare. Rispetta enormemente la libertà individuale del lettore che chiama ‘fratello’ nell’incipit della sua opera più celebre: "I fiori del male". La sua opera d’arte, il suo lavoro poetico, non può che essere arte. Non morale o immorale. Se il lettore, dunque, viene invogliato dalla sua opera a corrompere se stesso non è affare del poeta. Questo perché l’arte secondo il suo pensiero non influenza positivamente né negativamente l’uomo. Essa infatti non è vista solo come veicolo di salvezza, ma anche come veicolo di perdizione; eppure l’arte non porta a nessuna delle due cose. Abbiamo prova di ciò nella poesia baudleriana “I fari”, nella quale elenca varie opere che eleva a capolavori dell’umanità, in grado di guidare come fari l’uomo disperso nel bosco. L’arte, dunque, non è da ingabbiare nella falsa moralità dell’uomo, distinta in bene e male. Proprio come la natura. Spesso nella sua epoca si confondeva una cosa che avveniva in natura come necessariamente giusta. Cosa che il poeta parigino non condivideva. Egli riteneva anche che l’alterità fosse qualcosa di insondabile, come l’animo umano, descritto magnificamente nella sua poesia “L’uomo e il mare” (“mer” in francese; vocabolo femminile per eccellenza). In essa si comprende la schiacciante impossibilità di comprendere sé stessi, poiché l’animo umano è paragonato al profondo e sconosciuto abisso marino; carico di orrori e tesori da nessuno mai visti. Da ciò riusciamo a cogliere solo parte della grandezza di Charles Baudelaire, ispiratore di molti poeti moderni, il quale fascino attira ancora gli uomini del nostro tempo.

STEFANO CARBONE


Il calendario dei prossimi incontri è il seguente:

Mercoledì 7 aprile 16,30 nell’Aula Magna di Palazzo Ateneo «Il fascino e il problema della bellezza in C. Baudelaire» con Davide Rondoni

Mercoledì 14 aprile 2010, ore 16,30, «Le donne fatali nell'opera di W. Shakespeare» con Vito Amoruso

Mercoledì 20 aprile 2010, «Che cosa ci fa conoscere la Bellezza. Dinamiche estetiche del Romanticismo tedesco» con Costantino Esposito

Mercoledì 3 maggio 2010, «La Bellezza salverà il mondo. Una lettura di Dostoevskij» con Tatjana Kasatkina


sabato 13 marzo 2010

'Emmaus' (Baricco), l'evanescenza di un mondo fra perdizione e salvezza.


Con il suo ottavo romanzo Alessandro Baricco si riconferma uno degli autori più innovativi e talentuosi dell’intero panorama letterario italiano e continua, nonostante le critiche aspre che talvolta gli rivolgono, a regalarci opere che sono la perfetta riproduzione di un mondo inesorabilmente intriso di poesia ma anche di incertezza.
‘Emmaus’ si sviluppa sulla storia di Luca, Bobby, Il Santo e di un anonimo narratore, quattro amici adolescenti diversi da quelli che siamo abituati a vedere oggi, ragazzi divisi tra il volontariato e la parrocchia e silenziosi spettatori di un mondo ormai teso verso la perdizione.
È proprio quest’ultimo il tema principale del romanzo: con la crescita, i valori nei quali avevano sempre creduto vanno man mano sgretolandosi in un perenne ma inaspettato confronto con l’adolescenza ‘bene’, rappresentata dalla bellissima quanto controversa Andre, che li porterà a mettere in discussione tutto ciò che sono stati finora e a prendere strade diverse da quelle che avrebbero immaginato. Ne consegue pertanto che il racconto si sviluppi in maniera discendente, partendo da una realtà consolidata e certa che crollerà poi non solo con una lentezza esasperante ma proprio nei suoi punti più solidi.
È distintamente percepibile un’atmosfera di decadenza, forse un richiamo alla visione esiodea della storia, dove lo scontro della mentalità borghese con quella operaia crea un’implosione del microcosmo abitato dai protagonisti; proprio il totale rovesciamento di questa realtà, il suo disgregarsi e l’oscuramento delle virtù sono lo specchio di un fenomeno molto più vasto, che non comprende solo loro ma l’umanità intera.
Baricco appare così intenzionato a ridare importanza al relativismo: difatti nella nostra epoca è sempre più presente la tendenza a classificare in maniera dualistica cose e persone, dimenticando le sfumature e affidandosi a certezze fatue e false per difendersi psicologicamente dall’incertezza connaturata alla vita umana. Baricco, da intellettuale qual è, rigetta evidentemente queste ipocrisie per affrontare e accettare la mutevole forma dell’esistenza.
In maniera del tutto inaspettata, abbandona inoltre quello stile barocco e filosofico sino all’estremo che sinora aveva caratterizzato la sua produzione letteraria - basti leggere Oceanomare, sua migliore opera in assoluto, o ‘Castelli di rabbia’, suo primo romanzo, per notare il cambiamento - . Ciò rende ‘Emmaus’ adatto ad un pubblico più ampio e latore di messaggi facilmente recepibili, ben lontani dall’astrattismo dei precedenti libri.
I personaggi sono estremamente sfaccettati e per tutto il romanzo si continua a scavare loro dentro, analizzandone i demoni interiori e costruendo destini posti in un instabile equilibrio fra il comico e il drammatico; il risultato di questo suo costante lavoro di introspezione è un dipinto particolarmente vivido di un’età delicata come quella di Luca e degli altri, perfetto sia nelle sue luci che nelle sue ombre.
Impossibile non riconoscere, nella deriva di quel mondo e di quei quattro ragazzi, il cammino che percorriamo noi per primi.
ALLEGRA GERMINARIO

giovedì 18 febbraio 2010

La Muta


La condizione della donna nei Paesi occidentali ha subito negli ultimi decenni un radicale mutamento ed anche l’opinione pubblica guarda al problema da una prospettiva completamente diversa da quella del passato; la questione però persiste ed è divenuta più pressante soprattutto nei Paesi di religione islamica, dove si è ancora molto lontani dalla parità, portando gli intellettuali locali ad un bisogno di raccontare vicende drammatiche e non sempre a lieto fine, che, mentre a noi sembrano narrare un mondo alieno, sono per loro tragicamente normali. Djavann Chahdortt è una di questi autori.
Nel suo romanzo ha condensato in sole 124 pagine la triste storia di una quindicenne condannata alla pena capitale, che nei giorni precedenti l’esecuzione decide di scrivere la sua storia: il racconto di Fatemeh narrerà una sconvolgente sequenza di eventi e di violenze non solo su di lei, ma anche su sua zia, la muta volontaria che dà il titolo all’opera, e svelerà la psicologia di un popolo che non ha ancora interiorizzato l’idea di uguaglianza.
La figura distorta del mullah, violentatore e padrone eppure figura religiosa, l’importanza del giudizio della comunità, i pregiudizi nei confronti di tutto ciò che è diverso dalle norme di vita arabe sono tutti raccontati con estrema semplicità in questa storia. S’intravede una lieve speranza nella figura del giovane carceriere che sorveglia Fatemeh mostrandole una gentilezza che, seppur minima, è già moltissima considerato il rischio che corre: è probabile che l’autrice abbia voluto incarnare in questo ragazzo quello stesso sentimento di umanità che dovrebbe animare tutte le nuove generazioni, spingendole a ribellarsi contro questo genere di situazioni.
Lo stile è volutamente semplice, poiché l’autrice ha tenuto conto di star raccontando i pensieri dal carceredi una ragazza stanca, spaventata e confusa, il che dona ulteriore realismo. In taluni casi la semplicità dei periodi può disturbare, così come la crudezza di determinati passi, ma è un preciso genere letterario che bisognerebbe far leggere nelle scuole per maturare le coscienze.
È leggibile in una serata e non è certo un capolavoro, ma mostra realtà del ventunesimo secolo che noi uomini ‘sviluppati’ abbiamo il dovere di conoscere.

ALLEGRA GERMINARIO

martedì 16 febbraio 2010

Alda Merini



Nata a Milano il 21 Marzo del 1931, Alda Merini viene presto scoperta da Giancarlo Spagnoletti che ne apprezza da subito l’opera poetica che in una prima fase si interroga sinceramente su sé stessa e ciò dona una forza enorme alle sue liriche. Non vi è quasi separazione fra vissuto della poetessa e poesia: l’uno richiama l’altro. Allo stesso tempo il sogno, le epifanie e le allegorie si intrecciano a riferimenti di vita reale amalgamandosi perfettamente e conferendo ai componimenti immagini vertiginose che ci consentono di indagare nell’animo umano con una sorta di misticismo che solo l’opera della Merini può mostrarci in tutta la sua grandezza. Essa utilizza, inoltre,allegorie che rimandano alla cristianità, consentendoci un confronto con la schiacciante verità del nostro mondo. ”La terra santa” edita nel 1984 è esempio perfetto di questo tipo di simbolismo, già presente in precedenti opere della Merini. Questo lavoro,il più celebre della poetessa, nonché suo capolavoro, contiene nenie, poesie ed epifanie riferite al periodo che trascorse nel manicomio Paolo Pini dal 1967 al 1972, come lei stessa afferma nel successivo lavoro in prosa “L’altra verità. Diario di una diversa”, nel quale commenta la sua stessa opera. Nel manicomio, ove la voce del pazzo, sia essa portatrice di follia o di genialità, viene ridotta al silenzio, la poetessa viene spogliata di sé stessa attraverso l’esperienza della nudità che non è semplicemente fisica. O meglio lo è. Difatti venendo spogliati degli abiti, che ci rappresentano poiché nostro retaggio storico, perdiamo noi stessi, diventando solo oggetto clinico. Attraverso la visione di ‘noi’ come oggetti, l’altro, il medico, può per mezzo dell’ ’osservazione’ guarirci con una terapia. Il termine non è utilizzato a caso visto che la vista è da sempre utilizzata come senso peculiare dell’ambito scientifico, si pensi al celeberrimo racconto di E.T.A.Hoffmann ‘L’uomo della sabbia’ scritto durante il romanticismo tedesco nel quale è a causa della visione eccessivamente scientifica del mondo che il professor Spallanzani crea una bambola dai tratti umani, sinonimo della scienza che cerca di sostituire in laboratorio la natura da cui l’uomo moderno si allontana sempre più. Allo stesso modo,nel caso della poesia della Merini,in quanto caso clinico, il medico vedendoci solo come oggetto di osservazione in modo da non essere coinvolto con la nostra vicenda personale, antitesi del pensiero scientifico, veniamo restituiti a noi stessi partendo dal corpo. Dalla nudità. Chiaro, in questa magistrale opera della poetessa il sinonimo amore-peccato originale che porta verso il baratro della follia. Attraverso il manicomio possiamo ripartire da zero. Eppure esso è anche uno «spazio» dove affiorano momenti di «luce» e «inferno», intrinsechi nella natura umana (come afferma la stessa autrice), per questo la degenza in manicomio diventa sinonimo di deportazione. Come durante l’olocausto, immagine che verrà utilizzata nel componimento che porta l’omonimo nome dell’opera, proprio perché ci viene negata la nostra memoria storica per venire analizzati come oggetti. Queste crude immagini danno alla poesia di Alda Merini una forza inimmaginabile che ci conduce attraverso i ricordi della poetessa.
Ma la sua opera non fonda unicamente su episodi di dolore: è l’amore che viene celebrato. Esso è visto come agitato, difficile, come sentimento che scava nelle profondità del nostro essere per portare scompiglio; ma anche come messaggio salvifico, nostalgia e anche sinonimo di forza e sicurezza. L’amore è esaltato con allegorie bibliche, ma a volte che rimandano al mondo classico(come in “Titano,amori contro”) e che sempre ci rimandano alla vita della poetessa.
Lo stile della Merini è pressoché unico nella poesia contemporanea, proprio perché la poetessa spesso prediligeva l’improvvisazione alla scrittura dei suoi testi e spesso,infatti dettava a qualcuno le sue poesie in modo da poter dare uno slancio comunicativo maggiore rispetto alla poesia scritta di suo pugno. La predilezione per l’oralità palesa l’enfasi della creazione poetica della Merini che sempre utilizzò questa modalità compositiva: da ciò si comprenda il motivo per il quale molti dei suoi testi inediti non vennero mai pubblicati ma che tuttora sono reperibili presso l’università di Pavia per consultazione, era necessario separare alcuni componimenti di minor peso dai versi eccelsi.
La Merini ebbe un buon rapporto con la Puglia, in particolare con la città di Taranto ove dimorò dopo il matrimonio col poeta tarantino Michele Pierri nel 1983 dopo la morte del primo marito, Ettore Carniti. In questo periodo scrive “La gazza ladra” una raccolta di poesie contenente ritratti poetici di artisti di grande rilievo del mondo antico e moderno.
Successivamente torna nella città che gli ha dato i natali e che più di ogni altra ama: Milano, dove dopo un periodo di difficoltà riprende contatti col mondo letterario e a scrivere. Affronta temi quali la donna, vista al contempo con connotazioni erotiche e materne, ma anche l’ansia e la paura del futuro.
Le sue opere sono raccolte in vari volumi, ma le edizioni originali che costituiscono in libretti contenenti pochi componimenti a tiratura limitatissima (alcuni constano in non più di trenta copie per libretto) pubblicate dalla casa editrice Pulcinoelefante, sono veri e propri cimeli; alcuni editi negli anni novanta e contenenti aforismi, sono un lampante esempio di incontro fra poesia e arti belle, poiché illustrate da pittori o artisti di rilievo e costituiscono perlopiù un ‘unicum’. Non sappiamo se la produzione di volumi del genere sia stata una scelta editoriale o della stessa Merini, tuttavia fu sicuramente una scelta editoriale coraggiosa e di un enorme rilievo artistico.
Inutile enumerare i prestigiosi premi letterari conferiti alla Merini o la candidatura al premio Nobel per la poesia nel 2001, neppure questi fanno giustizia alla sua grandezza. Lei che riteneva il lavoro del poeta inutile di fronte regole sociali umane e che la vita non potesse mai risarcirli pienamente, che soleva ricopiare alcuni suoi componimenti su una storica macchina da scrivere senza nastro con lettere che picchiavano direttamente sulla carta, è stata di certo una delle poetesse più grandi e profonde che abbiano solcato il nostro tempo, baluardo di una poesia e di un’epoca che non tornerà più.

(Alda Merini si è spenta il primo novembre 2009).



STEFANO CARBONE